Spesso le cose che leggo mi fanno dubitare di far parte di questa società. Di volerne far parte.
Una società, un tempo, un luogo dove il pregiudizio è tornato a essere un punto di orgoglio.
Scappare sembrerebbe la soluzione più allettante. Niente di nuovo, ce lo ripetiamo in tanti da un pezzo, ma si raggiungono sempre nuovi livelli di saturazione.
Però resto, perché per lo più si resta. E leggo gente che mi mette davanti cose che preferirei non crederci, avessi scelta.
Ad esempio le vicende di integralismo e restaurazione, quotidiano bigottismo e religiosa ipocrisia che racconta Metilaraben, come quella delle lezioni a luci rosse vietate a Milano (qui) o la necessità dei gay di essere esorcizzati (qui).
Ma anche l'encefalogramma piatto con cui viene accettata qualsiasi porcata di B. la comune incapacità di schifarsi, di scandalizzarsi, di vergognarsi di lui, e anzi l'invidia e l'ammirazione che provoca, come racconta Diegozilla.
O il razzismo che ha bell'e finito di serpeggiare, è pienamente sdoganato e fa bene a spaventare, come racconta Cinas.
Anche le battute di Spinoza mi fanno ridere, ma amaro e nero, perché sotto c'è poco da ridere.
O leggo TFM, di qualsiasi cosa scriva, perché di ogni cosa scrive quel che mi trovo anch'io a pensare.
Qualche giorno fa diceva:
Stiamo scappando perché non vogliamo crederci. Ci hanno mentito. Ci avevano detto altro. Ci avevano assicurato che. E così non era. E poi ci hanno lasciato soli. A noi e ai nostri genitori. Ammortizzatori sociali, li chiamano. Avete visto? La famiglia è la sola vera architrave su cui si regge il nostro Paese. Ipocriti. Farabutti. Vi nascondete dietro un dito. Ci avete lasciato soli. E noi dobbiamo farcela. Dobbiamo trovare un modo. A ciascuno il suo. Non voluto. Trovato. A volte per caso, altre per necessità. Mai per scelta.
La Generazione Fuorisede legge i giornali. Strabuzza gli occhi. Vive di Internet. Usa i social network per mantenere dritti quei fili che da un computer si diramano fino agli affetti. Aggiunge come amici su Facebook le proprie madri e i propri padri. Vive la vita. Vive le mille realtà di chi non può permettersi il lusso di fermarsi neanche un attimo. Usa i mezzi pubblici. Soffre. Si incazza. Vede con i propri occhi. La gente. La Generazione Fuorisede non sceglie. Si adegua.
Ecco.
Io leggo tutti costoro, e molti altri.
Che mi fanno indignare, e l'indignazione è un elemento prezioso. Ma a lungo andare, se fermenta, se non ha sfogo, poi annichilisce. Vien voglia di andarsene altrove. Meglio la fuga dell'impotenza. Perché è come voler trattenere la corrente con un retino.
Per questo invidio la gioventù di mia nipote Firefly, che tra un paio di mesi se ne va un anno negli Stati Uniti a studiare. Scappa da questa realtà desolante, bambina, tu che puoi, tu che devi vedere altro e avere altri occhi, che a 16 anni la disillusione e il cinismo non dovrebbero appartenerti. E spero che un anno là ti dia un interesse per la società che la nostra non ha saputo darti - compresi noi, che pure abbiamo fatto di tutto per educarti al meglio.
Per questo son stata tanto bene lontano dal web per una settimana. Ho preso una vacanza dalla realtà. Una fuga illusoria e a termine. Ora sono di nuovo qui. A leggere cose che non vorrei crederci, eppure. Che ho le balle che girano e il sangue alla testa e ho smesso da un pezzo di essere perplessa, ormai sono direttamente schifata.
Ripenso a quello che scriveva Nonsisamai qualche tempo fa, come dicono gli ammerigani: se ti lamenti sei parte del problema, non della soluzione. Che invece è una cosa così tipicamente nostra.
Allora cerco di ricordarmelo più che posso. Smetto di lagnarmi per le mie fregnacce e dico che va tutto bene. Perché non ho di che lamentarmi. Perché volendo si può anche scoprire che non c'è niente di cui lamentarsi. Mica sempre eh. Ma magari spesso. Chi lo sa.
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