Così. Il tempo mi è immateriale. Lo vedo quando ancora mi trovo a pranzare o cenare da sola. Capace di non accorgermi che ho fame, capace di pranzare alle 4 di pomeriggio e cenare alle 2 di notte, o di saltare direttamente, perché non gli dò importante, perché lo stimolo della fame non è mai fame. Come diceva mio nonno che aveva passato le due guerre, "Voi non sapete cos'è la fame".
Quando avevo delle scadenze sociali, deadline, impegni di lavoro, riunioni e appuntamenti, ero in perenne rincorsa dietro il tempo condiviso. Lo soffrivo, ma lo vedevo, cercavo di afferrarlo. Da quando non ce le ho più, faccio fatica, arranco. Perdo la presa sulla realtà. Non è piacevole. E' inconcludente. Io mi sento inconcludente. Anche se faccio un sacco di cose, il corso va bene, faccio la editor e l'insegnante, lavoro con gli scrittori, ho perfino parlato in radio, che per la mia atavica insicurezza è stato un evento.
E poi faccio altre cose: solito facciocosevedogente applicato a Torino, che da Milano sto ancora lontana, non mi sono disintossicata a sufficienza ancora. In questi giorni mi godo il Torino Film Festival, che vivendo tra i meneghini avevo smesso di frequentare. E poi sono tornata a yoga dal mio insegnante preferito che avevo abbandonato cambiando città. E ho perfino cominciato, mioddio, capoeira: uno sport da culo così (che mi faccio e che dovrebbe venire) ma l'ideale per rifarsi gli occhi, c'è una quantità imbarazzante di fighi astronomici. E intanto passo molto tempo da sola, ed è così bello. Che sola con me stessa ci sto bene: il problema è stare con me stessa quando c'è altra gente.
Insomma, nella testarda ricerca di sicurezza lavoro per rappacificare tra loro corpo e mente. Per ora si sono incontrati, si sono salutati imbarazzati e stanno cercando argomenti di conversazione mentre cercando di capire le ragioni per cui si sono allontanati tanto negli anni, se riescono anche a coinvolgere l'autostima, quella là che se ne sta sempre per i fatti suoi e non si capisce se è per sua scelta o se sono loro che l'hanno sempre schifata.
Poi ci sono le cadute, e quelle sono quotidiane come sempre, e come sempre rovinose. C'è una certa dose di disfattismo e rivendicazione, disillusione e pessimismo, piagnistei e autocommiserazione, scazzo congenito ed eteroindotto. Odio un po', e non è mai una cosa bella. Mica per gli oggetti del mio risentimento, chissenefrega di loro: ma per me. Questa dose è veleno e lo so. E avvelena me, mica gli altri.
Per questo parlo così poco: la sequela di lamentazioni che mi passa per la testa quando mi viene voglia di srivere mi ha francamente rotto i coglioni, ma anche se non riesco del tutto ad evitarmela, almeno evito di annoiare voi.
Comunque ora si prova con una nuova tattica. Quella di Will in "About a Boy". Dividere la giornata in segmenti di 30 minuti. Vediamo se recupero il tempo, la testa, il ritmo, una disciplina. Che anche essere felici è frutto di uno sforzo. E io sono notoriamente pigra.
Perché, come dice il mio libro vaginocentrico preferito (pieno di cliché, ma che comunque mi è servito quando mi serviva):
"People universally tend to think that happiness is a stroke of luck, something that will descend upon you like fine weather if you're fortunate enough. But that's not how happiness works. Happiness is the consequence of personal effort. You fight for it, strive for it, insist upon it, and sometimes travel the around the world looking for it....Once you have achieved a state of happiness, you must never become lax about maintaining it, you must make a mighty effort to keep swimming upward into that happiness forever, to stay afloat on top of it."
(All'incirca: "La gente universalmente tende a pensare che la felicità sia un colpo di fortuna, qualcosa che ti accade come il bel tempo, se sei abbastanza fortunato. Ma non è così che funziona. La felicità è la conseguenza di uno sforzo personale. Combatti, ti sforzi, insisti per ottenerla, e qualche volta viaggi per il mondo cercandola... una volta che hai raggiunto uno stato di gioia, per mantenerlo non devi mai diventare lassista, devi fare l'enorme sforzo di continuare a nuotare verso di essa, di stare a galla sopra di lei.")
[Elisabeth Gilbert, Eat Pray, Love]
serendipity








